Il musicista che insegnò il bel canto

Tolentino 1790 - Pesaro 1848

La figura di Nicola Vaccaj merita senz’altro maggiore attenzione di quella che gli è stata finora riconosciuta. Fu musicista e maestro di canto, l’ultimo portavoce della grande tradizione italiana del bel canto, che con il suo “metodo” dato alle stampe ha meritato di passare alla storia dei grandi rappresentanti della musica italiana.

Nacque a Tolentino il 15 marzo del 1790. Dopo aver seguito gli studi classici, a 17 anni si trasferì a Roma per seguire a Santa Cecilia la sua passione per la musica. A Santa Cecilia si diplomò nel 1811, poi si trasferì a Napoli per perfezionarsi con il grande Paisiello, ed al “Nuovo” di Napoli debuttò nel 1815 come compositore con l’opera “I solitari di Scozia”, che riscosse buon successo.

Il lusinghiero debutto lo convinse a trasferirsi altrove alla ricerca di fortuna. Fu così a Venezia, dove all’attività di compositore affiancò quella di insegnante di bel canto per le migliori famiglie dell’aristocrazia locale.

Esercitando tale doppia attività fu successivamente a Trieste, in Austria, e infine a Milano con l’incarico di censore al Conservatorio. Nel 1824 furono rappresentate, ancora con lusinghiero successo, al “Regio” di Parma l’opera semiseria “Pietro il Grande” e al “Carignano” di Torino “La pastorella feudataria”. Seguirono, sempre con successo, le prime di “Zadig e Astartea” al “San Carlo” di Napoli, “Bianca di Messina” al “Regio” di Torino e, infine, quello che gli viene riconosciuto come il suo capolavoro, “Giulietta e Romeo”.

Scritta su libretto di Felice Romani in seguito ad una delusione amorosa, fu data a Milano nel 1825. Secondo la tradizione una parte dell’opera fu manipolata ed usata ne “I Capuleti e Montecchi” di Bellini.

Ultimo portavoce della tradizione della scuola musicale napoletana, Vaccaj soffrì il confronto con la “nuova generazione” che con Bellini, Rossini, Donizetti, inaugurava una nuova stagione della lirica italiana. Se ne andò così prima a Parigi, poi a Londra dove attese con successo all’attività di maestro di canto. Nel 1834 pubblicò il suo “Metodo pratico di canto italiano per camera”, ristampato ancora a Parigi e Milano, un testo che per decenni fu basilare nell’insegnamento del bel canto.

Tornato in Italia, si sposò ed iniziò la sua attività nel Conservatorio di Milano, dedicandosi principalmente alla riorganizzazione della classe di canto, sempre seguendo gli schemi della scuola napoletana. Ritiratosi a vita privata morì a Pesaro il 5 agosto 1848.

Vasta la sua produzione giunta fino a noi, e di recente valorizzata: 17 le opere, molti i balletti, le cantate, la musica sacra. In particolare centinaia le arie e le cantate a forma di romanza.

Giovanni Martinelli

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