La scrittrice della memoria che divenne poesia

Roma 1892 - Anzio 1983

"Sono nata sotto il tavolino". Comincia così il libro-verità di Dolores Prato "Giù la piazza non c'è nessuno", scritto a ottant'anni, che subito divenne un caso letterario.

La piazza era quella di Treia. Il mondo quello di una bambina abbandonata dai genitori: un padre ebreo che non la volle riconoscere e una madre di famiglia aristocratica romana, che forse ebbe vergogna di dare alla luce a Roma, nel 1892, quella bambina che, dopo essere passata da un brefotrofio all'affido ad una famiglia di contadini in Ciociaria, a cinque anni fu affidata a lontani zii materni a Treia. Un vecchio zio prete e una vecchia zitella.

Del mondo di quegli anni, fatto di tanti silenzi e di tante domande intime senza risposta, parla il capolavoro della Prato. A Treia rimase fino a diociott'anni: fatte le prime scuole, dagli zii fu messa nell'educandato delle suore salesiane della visitazione, da dove poi passò a Roma per laurearsi nel 1919 alla facoltà di Magistero.

Passò i successivi vent'anni dedicandosi all'insegnamento nei licei di Toscana, Marche, infine Roma, fino a quando le leggi razziali le tolsero la cattedra. Lasciò così definitivamente l'insegnamento al quale non si dedicò più, nemmeno alla caduta del fascismo.

Visse invece collaborando per le pagine culturali di alcune testate, principalmente "Paese Sera", e di diversi periodici. Ebbe sentimenti soltanto per i suoi ricordi e per le risposte mai avute della sua infanzia. Non ebbe amori, perlomeno non ne parlò mai. Passò la vita a stendere e scrivere romanzi che mai videro la luce.

Uscì invece per Einaudi, ridotto da Natalia Ginzburg, quel "Giù la piazza non c'è nessuno" nel quale raccontò gli anni della sua infanzia a Treia. All'uscita (1980) l'autrice aveva quasi novant'anni, e quel libro di una insolita "esordiente" divenne subito un caso letterario.

Come scrisse Lalla Romano fu questo, forse, lo sbaglio della critica: soffermarsi sull'insolita età della scrittrice piuttosto che sulla struggente bellezza del racconto autobiografico: "mi domando se nella miserabile omologazione odierna dei valori abbia forti possibilità d'incontro un'opera dotata di originalità come questa (?) è tale la mia ammirazione per il libro che, proprio per questo, temo la corriva facilità dei nostri giorni". Ironia della sorte, anche la sua fine fu all'insegna della solitudine e dell'abbandono. Troppo anziana per essere lasciata sola, durante una passeggiata si chinò incautamente per cogliere un fiore, rovinando a terra e fratturandosi un femore.

L'operazione non andò bene. Dopo una lunga degenza una lontana nipote la fece ricoverare in una clinica di Anzio, finanziando i costi con l'affitto dell'appartamento della Prato, svuotato con disordine e fretta, forse mandando perduti molti suoi scritti.

Tutto questo avvenne all'insaputa della vecchia scrittrice che chiese di tornare a casa sua, ma che invece fu lasciata morire nella clinica. Ancora sola, ancora piena di perché sulla sua vita. Quelli della sua infanzia ebbero risposta nel suo romanzo, quelli della fine, purtroppo, no.

"L'età era tanta, ma crediamo (scrisse G. Liuti) che l'abbia uccisa soprattutto lo sradicamento morale, il senso d'abbandono, la caduta d'ogni speranza". Ancora una volta nella piazza della triste Dolores non c'era nessuno.

Giovanni Martinelli

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