L’uomo d’armi che sognò gloria e potenza sfidando la Chiesa

Mogliano (MC) fine XIII sec. - post 1358

La storia è stata abbastanza dura con la figura di Gentile il grande dei signori di Mogliano, indubbiamente protagonista di primo piano della storia della Marca nella prima metà del XIV secolo.

Di lui si hanno poche notizie, e quelle pervenute a noi riguardano soprattutto il periodo in cui si insignorì di Fermo, cullando l’idea di creare il potere di uno stato, anche contro il volere della Chiesa, che pure in quel periodo, con l’incarico affidato da Innocenzo IV al cardinale Albornoz, tentava di ristabilire la sua autorità nella Marca meridionale.

Nato alla fine del ‘200 dalla famiglia dei signori di Mogliano, nel 1346 Gentile è podestà ad Amandola, ha sposato Onestina degli Ordelaffi, figlia di Francesco, signore di Forlì e di Cia degli Ubaldini.

Dei suoi figli, Ruggiero lo seguirà nelle imprese guerresche, mentre Chiaretto sarà podestà a Fabriano.

La fortuna di Gentile iniziò con un fatto d’armi: alla testa di un forte contingente di fanti e cavalieri, nel 1348 distrusse il Porto di Ascoli, insediamento conteso fra Ascoli e Fermo.

I fermani lo acclamarono gubernator honoris populi et communis Firmi, concedendogli da quel momento l’autorità sulla città.

Al soldo di Ascoli, nel frattempo, era Galeotto Malatesti, signore di Rimini, che più volte irruppe nel Fermano razziando e occupando diversi comuni, infliggendo a Civitanova nel 1351 una pesante sconfitta a Gentile (lo stesso figlio Ruggiero fu catturato), costringendolo a chiedere una pace onorevole grazie alla mediazione del suocero Ordelaffi.

La pace, sottoscritta a Rimini il 23 ottobre successivo, fu sempre precaria e Galeotto continuò nella sua azione di disturbo tanto che Gentile assoldò per la difesa di Fermo le truppe di fra Moriale.

Ma il vero scontro per la gestione del potere sulla Marca fermana, Gentile dovette sostenerlo con le forze della Chiesa.

Alla fine del 1352 il papa concesse ampio mandato al cardinale spagnolo Egidio Albornoz per mettere ordine nello stato pontificio.

Questi, ristabilita con le armi l’autorità in Lazio ed Umbria, si rivolse verso le Marche ed obbligò Gentile, già scomunicato nel 1354 per non aver assolto l’obbligo di recarsi ad Avignone, a giurare fedeltà alla Chiesa.

Fu ovviamente un fatto di convenienza: in cambio ottenne l’assoluzione dalle colpe, l’autorità sui castelli di Civitanova, Montecosaro e Montefortino, la nomina a Gonfaloniere della Chiesa, ed un risarcimento di 8.000 fiorini d’oro per l’abbandono della rocca del Girfalco.

Ma il suocero Ordelaffi, che nel frattempo aveva stretto alleanza coi Malatesti, lo convinse a tradire l’alleanza con l’Albornoz ed a stringere un patto a tre per contrastare l’autorità pontificia e impadronirsi della Marca: nel gennaio 1355 Gentile cacciò le truppe di Blasco di Belviso, mentre gli alleati riportarono successi contro le milizie ecclesiastiche, fino a quando Galeotto non fu sconfitto e fatto prigioniero a Paterno di Ancona (29 aprile), costringendo il fratello Malatesta a venire velocemente a patti con l’Albornoz, che puntava su Rimini.

Rimasto isolato, Gentile cercò la difesa ma dovette soccombere contro le truppe inviate a Fermo dal cardinale e guidate dal Rettore delle Marca, che il 12 giugno entrò a Fermo, sollevando i cittadini contro il vecchio signore a favore del papa.

Assediato nella rocca del Girfalco, Gentile si arrese sperando nella clemenza, ma fu spogliato di tutti i beni, anche di quelli di Mogliano, bandito e mandato in esilio.

L’Albornoz trasferì a Fermo la Curia generale e ristabilì l’autorità ecclesiastica. Ridotto in povertà, alla guida di una compagnia di ventura, seguito dal figlio Ruggiero e dai fratelli Nicoluccio e Ciccarello, per alcuni anni Gentile continuò a fare scorrerie e saccheggi nel Fermano (nel marzo 1356 saccheggiò Fermo, rendendosi colpevole di soprusi ed uccisioni), fece saccheggiare dal figlio l’Abbazia di Santa Croce, assalì Montegranaro, Montolmo, Civitanova.

Per queste scelleratezze fu per due volte condannato a morte in contumacia.

Il 30 marzo 1359 rifiutò l’invito dell’Albornoz a trattare un nuovo accordo; da questa data non si ebbero più notizie di lui, e la sua figura di uomo d’arme che inseguiva “un sogno di gloria e potenza che presto si infranse” entrò nella leggenda.

Giovanni Martinelli

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  • citta: MOGLIANO
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