Santa Vittoria in Matenano, la storia

Tra i grandi e piccoli centri delle Marche che hanno avuto la sorte di essere capitali di un territorio, Santa Vittoria in Matenano (1455 abitanti, in provincia di Fermo) è il più singolare. Da questo paese posto sul colle Matenano a 626 metri di altitudine tra le valli dell’Aso, del Tenna e dell’Ete Vivo, i monaci di un grande monastero benedettino hanno governato in completa autonomia per secoli un vasto territorio compreso tra le attuali province di Macerata, fermo e Ascoli detto Presidato farfense.

All’inizio di questa storia affascinante vi è l’abbazia imperiale di S. Maria di Farfa (oggi a Fara Sabina, in provincia di Rieti), una delle più grandi e potenti dell’Italia centrale. In epoca longobarda e carolingia questa abbazia trovò nella Salaria una naturale via di espansione verso il Piceno, nel quale stabilì dei possedimenti. Già alla metà dell’VIII secolo i duchi di Spoleto avevano concesso delle curtes ai farfensi nel Piceno.

Tuttavia nell’890 Farfa fu attaccata dai Saraceni, i quali in quegli anni compivano incursioni nell’Italia centro-meridionale minacciando la stessa Roma. L’abate Pietro I resistette valorosamente per ben sette anni, ma alla fine decise di mettersi in salvo insieme ai suoi monaci e a uno straordinario tesoro riparando nel più sicuro Comitato fermano. Giunti nell’attuale territorio di Santa Vittoria essi si insediarono nel monastero dei Ss. Ippolito e Giovanni in Silva, localizzato dagli storici presso la frazione di Ponte Maglio. Questo importante monastero, oggi scomparso, era stato concesso ai farfensi dalla vedova del duca di Spoleto Faroaldo II ed era stato luogo di ritiro spirituale di un abate di Farfa nell’anno 759.

Presto i monaci, per ragioni di sicurezza, decisero di edificare un castello sul tufaceo colle Matenano, nella cui chiesa avrebbero solennemente traslato nell’anno 924 le reliquie, provenienti da Farfa, di S. Vittoria, loro protettrice. Il paese sorto intorno al monastero assunse così il nome di S. Vittoria, vergine e martire del III secolo, il cui corpo si conserva ancor oggi, in un’urna di marmo, nella collegiata.

A Pietro I succedettero gli abati Rimone e Ratfredo. Quest’ultimo fece edificare nei pressi del castello un nuovo, vastissimo monastero, oggi in buona parte scomparso, che sarebbe stato il centro del potere dei farfensi del Piceno. A poco a poco i farfensi mettono insieme dal X secolo in poi un immenso patrimonio costituito da terre, boschi, pascoli, chiese, monasteri, castra (piccoli centri), casali, persino corsi d’acqua. Tutte queste proprietà erano controllate da sei prepositure o priorati: la stessa Santa Vittoria, S. Salvatore in Aso (presso Force), S. Maria a Piè di Chienti (Montecosaro), S. Maria in Georgio (Montegiorgio), S. Maria di Offida e S. Maria di Sculcola (Porto d’Ascoli). Tuttavia tenere insieme proprietà così distanti era difficile, anche a causa delle lotte interne all’ordine tra l’abate di S. Vittoria e quello della ricostituita Farfa, e per le malversazioni di parecchi monaci. Pur con queste aspre contese il monastero fiorì e i monaci diedero un grande impulso all’agricoltura curando, come tutti i benedettini, anche la scrittura. Uno dei loro codici, una regola benedettina del X secolo, è il più antico documento in volgare delle Marche. Il prezioso codice è oggi conservato nella Biblioteca comunale di Ascoli Piceno.

Nell’XI secolo, nonostante un tentativo di rinnovamento dei costumi attuato dall’abate Ugo che aderì alla riforma cluniacense, continuarono i dissidi tra i due centri dell’ordine: i priorati del Piceno eleggevano spesso un proprio abate in contrapposizione a quello di Farfa finchè si giunse, nel 1126 a tre abati eletti contemporaneamente, i quali però furono costretti ad abdicare da papa Callisto II. Il potere politico dei farfensi ricevette un duro colpo dalle lotte tra papato e impero. L’abbazia di Farfa infatti era stata sin dall’inizio “imperiale” e perciò anche i farfensi del Piceno parteggiarono per l’imperatore fino all’abate di Santa Vittoria Berardo IV, che fu scomunicato per questo motivo.

Nel 1261 papa Urbano IV costrinse il monastero di Santa Vittoria a cedere il proprio potere temporale al Presidato Farfense, il cui Preside avrebbe risieduto per tre secoli nel piccolo centro divenuto nel frattempo libero Comune. Nel corso del Duecento l’abate Oderisio, come podestà del Comune, fece edificare quella Torre di Palazzo alta 27 metri che caratterizza oggi il paese.

La vita nel monastero tuttavia non cessò. Nel XV secolo esso alimentò una scuola pittorica locale, cui appartiene fra Marino Angeli (1437-1463) che affrescò con grande perizia, sotto l’influsso delle scuole pittoriche di Fabriano e Camerino, il cosiddetto Cappellone  dell’Oratorio di Santa Vittoria e l’area chiamata Sepelitio de Morti con scene come La Deposizione del Cristo nel Sepolcro, L’Annunciazione, La Strage degli Innocenti, La Dormitio Virginis, La Crocifissione (in cui si trovano riassunti i canoni della pittura umbro-marchigiana del periodo), e l’immagine di Sant’Antonio Abate.  Un suo prezioso polittico, datato e firmato, si trova nella Galleria Nazionale di Urbino, mentre altre sue opere sono conservate a Fermo.

Proprio nel Quattrocento tuttavia inizia il declino del Presidiato che perde via via importanza fino a cessare del tutto nella seconda metà del Cinquecento. Stessa sorte tocca all’ordine farfense che si mette in conflitto con il papato protestando aspramente contro la Riforma Cassinese del 1567. L’ordine farfense venne definitivamente soppresso da papa Urbano VIII con motu proprio del 1632.

Il monastero cadde in rovina e fu demolito insieme al castello nel 1771. A testimoniare i lunghi secoli di potere monastico rimasero il sarcofago di S. Vittoria, conservato nella collegiata settecentesca a lei dedicata, la chiesa della Resurrezione o Cappellone (che ebbe per secoli una funzione di ossario) con l’Oratorio farfense o Cappella degli Innocenti, con i suoi bellissimi affreschi quattrocenteschi, oltre alla Torre dell’abate Oderisio.

Del tempo del Presidato restano molte case, palazzi e chiese, tra cui quella di S. Agostino (XIII sec.), ricostruita in stile neoclassico, che ospita, nell’annesso convento provvisto di un elegante chiostro quattrocentesco, la sede del Municipio. Tra gli edifici nobiliari spiccano l’elegante Palazzo Melis, costruito  nel 1530 e Palazzo Della Torre, che mostra intatte strutture quattrocentesche nella parte alta.

Con la fine del Presidato farfense Santa Vittoria divenne un piccolo centro del Fermano che avrebbe seguito le sorti della città episcopale cui si era a lungo contrapposta. Oggi è un luogo di soggiorno estivo apprezzata per la sua posizione elevata che ne fa un bellissimo balcone sulle valli picene.

Tra le tante manifestazioni che si tengono oggi a S.Vittoria è da ricordare la sfilata delle Canestrelle. La festa, che si svolge nel mese di agosto, è una rievocazione della vita contadina in costumi di fine Ottocento.

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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  • citta: SANTA VITTORIA IN MATENANO
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