La strage di Senigallia

Tra i tanti fatti di sangue che hanno costellato il Cinquecento nelle Marche e in Italia, la cosiddetta “strage di Senigallia” è uno dei più noti, grazie ai resoconti, dettagliati e impressionanti, di Niccolò Machiavelli e di Francesco Guicciardini. Il primo vi fece riferimento nel suo celeberrimo trattato Il Principe (1513) e ne diede un resoconto più completo nello scritto Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini che si potrebbe definire un instant book essendo datato 1503; il secondo ne trattò nella sua vasta Storia d’Italia (1537-40).

Dal titolo stesso della relazione di Machiavelli si deduce che la strage fu ordita da Cesare Borgia, detto “il duca Valentino”, ai danni di quattro uomini d’arme già suoi alleati: Oliverotto Euffre-ducci, signore di Fermo, Vitellozzo Vitelli, Paolo e Francesco Orsini. I due Orsini non trovarono la morte a Senigallia, ma, dopo essere stati ivi catturati, furono assassinati per ordine del Valentino a Città della Pieve, in Umbria, il 18 gennaio 1503. La loro morte è comunque riconducibile all’eccidio avvenuto nella città roveresca poche settimane prima.

Il contesto

Il contesto della fosca vicenda è costituito dal tentativo di Cesare Borgia, figlio naturale di papa Alessandro VI (1492-1503), di costituire un proprio stato in Romagna e nelle Marche ai danni dei signori locali, eliminati via via con inganni e tradimenti. Con l’appoggio del padre, e contando su indubbie capacità politiche e militari sostenute da una notevole spregiudicatezza morale, il Borgia era riuscito in parte nel suo intento occupando i centri più importanti delle due regioni, ma aveva dovuto allearsi tatticamente con vari signori e condottieri spesso dissimulando le proprie reali inten-zioni. 

Tra questi alleati vi erano stati il capitano di ventura Vitellozzo Vitelli e gli Orsini (membri della potente famiglia romana), i quali avevano appoggiato il Borgia contro la repubblica di Firenze. Tuttavia, quando il duca Valentino mostrò l’intenzione di attaccare Bologna cacciandone i signori Bentivoglio, essi si riunirono insieme ad altri nella località umbra di Magione presso il cardinale Giovanni Battista Orsini e ordirono un complotto contro il loro ex alleato. In sostanza decisero di appoggiare Firenze e Venezia contro le mire di Cesare Borgia, che peraltro il Vitelli si impegnò a catturare o uccidere entro un anno.

Parte secondaria nella congiura sembra aver avuto Oliverotto Euffreducci (1473-1502), signore di Fermo, importante città della Marca. Per cinismo e crudeltà Oliverotto non era inferiore a Cesare Borgia. Il suo rapporto con i congiurati derivava dal fatto di aver compiuto il proprio apprendistato militare con Paolo Vitelli e aver proseguito la propria carriera sotto le bandiere del fratello Vitelloz-zo dimostrando valore e conseguendo il grado di capitano della milizia. In seguito egli aveva deciso di impadronirsi della sua città di origine, Fermo, allora sotto la signoria dello zio Giovanni Euffre-ducci, e lo aveva fatto con un metodo non diverso da quello che avrebbe seguito il Borgia con lui. Durante un banchetto aveva radunato i notabili della città insieme allo zio in una stanza e li aveva fatti trucidare dai suoi soldati. 

Il “bellissimo inganno”

Intanto i congiurati, riuniti nella Lega dei condottieri, promossero rivolte contro il Valentino nelle Marche, in particolare riuscirono a riportare a Urbino il legittimo duca Guidubaldo di Montefeltro dopo aver vinto la battaglia di Calmazzo, presso Fossombrone. Lo scontro fu un notevole fatto militare perché le truppe della Lega antiborgiana ammontavano a 7000 uomini cui si erano aggiunti 5000 civili insorti. 

I fiorentini tuttavia non si fidarono di Vitellozzo Vitelli e, temendo un annunciato intervento milita-re dl re di Francia Luigi XII a favore del Valentino (forse l’elemento-chiave per comprendere la catena degli eventi), inviarono il segretario della Repubblica, Niccolò Machiavelli, a Imola, dove si trovava il Valentino, per avvertirlo della congiura in atto. Cesare Borgia concepì allora un disegno di vendetta che riuscì a realizzare con estrema astuzia. Innanzitutto prese contatto con Paolo Orsini convincendolo, anche tramite cospicui doni, della sua volontà di riappacificarsi e di accogliere an-cora sotto le sue bandiere i militi passati alla Lega dei condottieri. All’Orsini affidò il compito di persuadere anche gli altri capi della congiura delle sue benevole intenzioni. Uno ad uno i condottieri della Lega caddero nella trappola, anzi nel “bellissimo inganno”, come Machiavelli ebbe a definire la trama del Valentino e accettarono l’invito di recarsi a Senigallia, città appartenente ai Della Ro-vere che egli intendeva conquistare. L’incontro del Valentino con i condottieri della Lega effettiva-mente avvenne presso l’accampamento di Oliverotto da Fermo, fuori da quella che era allora la cinta muraria di Senigallia. Con tragico senso della beffa Cesare Borgia baciò su una guancia Vi-tellozzo Vitelli in segno di riconciliazione. Poi invitò i condottieri a seguirlo in un palazzetto della città per discutere insieme i piani delle future battaglie da combattere insieme. L’edificio, dove si trova oggi una lapide che ricorda l’eccidio, apparteneva a tale Bernardino Quartari di Parma. Non appena essi si furono accomodati all’interno di una sala, il Borgia vi fece entrare numerosi uomini armati che li catturarono. Seguirono dei tumulti, probabilmente causati dai fedelissimi dei condot-tieri imprigionati, ma, calmatesi le acque, quella stessa notte di San Silvestro del 1502 il Valentino fece strangolare Vitellozzo Vitelli e Oliverotto Euffreducci, probabilmente da un suo fidato sicario, Michelotto Corrella. Ugualmente tragici furono gli sviluppi della vicenda: i due Orsini, che Cesare Borgia aveva fatto trasferire a Città della Pieve forse in attesa di istruzioni sulla loro sorte da parte del padre Alessandro VI, furono assassinati il 18 gennaio. A questo duplice omicidio avrebbe fatto seguito l’avvelenamento del cardinale Orsini, già detenuto in Castel Sant’Angelo, e riconosciuto come promotore del complotto di Magione. L’epilogo mostra come la strage di Senigallia non fu assolutamente un fatto locale, ma fu parte del “grande gioco” della politica italiana del tempo per-ché coinvolse una delle più potenti famiglie romane, gli Orsini, ostile ai Borgia, la repubblica fio-rentina, le varie signorie dell’Italia centrale, un gioco in cui solo per poco tempo Cesare Borgia ap-parve vincitore. 

 

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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  • citta: SENIGALLIA
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