La Spedizione dei Mille a le Marche

5 maggio 1860

Nel mese di maggio ed esattamente il 5, hanno luogo due eventi storici che, sebbene non siano accaduti in territorio marchigiano, sono intimamente connessi alla nostra regione.

Il primo è la morte di Napoleone (5 maggio 1821) il quale ebbe a che fare con le Marche dove si recò nel 1797 e dove stipulò con Pio VI il famoso Trattato di Tolentino (19 febbraio 1797) che per la prima volta nella storia segnò una decurtazione del territorio pontificio e la deleteria conseguenza dell’asportazione di opere d’arte, documenti storici, fino al 2 maggio 1815, quando sempre a Tolentino, ebbe luogo la battaglia che segnò la fine dei Napoleonidi con la sconfitta di Murat. Napoleone inoltre divise la regione in tre dipartimenti alla maniera francese: il Dipartimento del Metauro con capoluogo Ancona, Quello del Musone con capoluogo Macerata, quello del Tronto con capoluogo Fermo.

Il secondo evento riguardante le Marche: il 5 maggio ha luogo la Spedizione dei Mille, capitanata da Garibaldi; ad essa parteciparono molti marchigiani, tra cui ricordiamo: Capitano Tenente Augusto Elia e Lorenzo Carbonari di Ancona; Tenente Eugenio Fabi di Ancona; Capitano Carlo Burattini di Ancona (aiutante di Nino Bixio); Giacomo Vittori di Montefiore dell’Aso; Volontario: Riccardo Zanni, Alessandro Bevilacqua, Feliciano Novelli di Ancona, Demetrio Conti di Loreto, Luigi Bonvecchi di Treia, Leonardo Gramaccioni di Senigallia, Raffaele Rivosecchi di Cupramarittima.

Furono sbarcati a Talamone i volontari: Nicola Torti di Jesi, Gaetano Cestarelli e Giovanni della Costa di Fermo, Domenico Mancini, Giuseppe Mondoni di Ascoli Piceno, Vincenzo Pierantozzi, Giovanni Sormè di Senigallia. I fratelli Gaspare e Mariano Ballanti di Corinaldo rimasero sui battelli carichi di armi (perché traditi), ma poi raggiunsero Garibaldi con la spedizione successiva.
Se la spedizione dei Mille ebbe luogo e se riuscì ad avere l’effetto sperato, lo si deve a due marchigiani d.o.c.: Candido Augusto Vecchi e Augusto Elia. Candido Augusto Vecchi (nato a Fermo nel 1813 e morto ad Ascoli nel 1869) fornì a Garibaldi la sua villa Spinola presso lo scoglio di Quarto dove Garibaldi pose il suo quartier generale. Fornì denaro e suppellettili e un buon contingente di armi. Aiutante in campo di Garibaldi a Milano e al Volturno il 7 settembre 1860, fu uno dei nove ad entrare a Napoli. Scrittore e storico, fu poi deputato per due legislature (1861/65 e 1865/67). Garibaldi, alla notizia della sua morte, esclamò:” La perdita dell’illustre Vecchi è per me ben dolorosa e deve essere sensibile a tutti i veri patrioti”. Le numerose le lettere di Garibaldi scritte al nostro Vecchi dagli Stati Uniti, da Londra, ecc. sono accuratamente conservate e dimostrano il forte legame che vi era tra i due.

Augusto Elia di Ancona fu un altro eccellente protagonista marchigiano della Spedizione dei Mille a cui partecipò col grado di capitano. In Sicilia fu ferito per salvare la vita a Garibaldi (ce lo attesta per iscritto proprio lui) facendo scudo del suo corpo all’eroe dei Due Mondi , rimanendo ferito alla bocca da una pallottola che ne deturpò il viso.

La spedizione dei Mille ebbe l’effetto di polarizzare su di sé l’attenzione dei Governo Europei e stornarla dagli eventi che si preparavano nelle Marche e in Umbria. Ecco quanto si leggeva in un documento d’epoca: “Italiani delle Marche! I gravi avvenimenti che tanto rapidamente si svolgono nel mezzogiorno della penisola annunciano anche per noi essere prossimo il giorno della liberazione. Finalmente noi vedremo quel giorno aspettato da tanti secoli! L’esempio di que’ nostri fratelli, che giunsero alla meta dei loro desideri, perché lo vollero, e quello che ora ne porgono i generosi Siciliani, non vada perduto tra noi! L’Eroe di Varese e di Como, il Campione del popolo ha snudata nuovamente la spada! Il Borbone cadrà folgorato. Cittadini, Commercianti, Operai, Abitanti delle campagne, stringetevi in un solo intento, in una sola ispirazione: scuotete l’obbrobrioso giogo che ci opprime; unirci al Regno italiano sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. L’infelice esistenza che violentemente ci è stata imposta è un oltraggio alla Provvidenza , un’ingiuria alla Civiltà….”

Gabriele Nepi

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