Jesi (39.976 abitanti), uno dei centri maggiori della provincia di Ancona, vanta ricche tradizioni di arte e di cultura ed è sede vescovile. Sorge in felice posizione su un terrazzo che domina la valle dell’Esino, fiume che le dà il nome. In epoca romana infatti il nome Aesis corrispondeva sia al fiume che alla città. Aesis era stata fondata dagli Umbri, in seguito conquistata dagli Etruschi e, nel IV secolo a.C., dai Galli Senoni che ne fecero l’ultimo avamposto meridionale del loro territorio, al di sotto del quale iniziava il Picenum. Con la conquista romana godette dello status di colonia dal 247 a.C. Nella ripartizione geografica dell’Italia augustea Aesis restò inclusa in Umbria, il cui confine con il Piceno era rappresentato proprio dal fiume Esino. L’età romana ha lasciato al locale Museo Archeologico molte testimonianze, tra cui notevoli statue e busti.

Una tradizione di fede vuole che sia stato S. Settimio, martire del IV secolo, il primo vescovo di Jesi, città di cui è patrono. Poiché edificò la prima cattedrale, essa fu a lui inizialmente intitolata (oggi è dedicata al SS. Salvatore). Tuttavia il primo vescovo jesino di cui si abbiano notizie storicamente fondate, per l’anno 680, è Onesto.
Dopo gli sconvolgimenti seguiti alla fine dell’impero romano d’Occidente e al tentativo dei bizantini di riconquistare l’Italia, Jesi fu inclusa nell’esarcato di Ravenna, soggetto a Bisanzio, e fece parte con Urbino, Cagli, Osimo e Fossombrone
della Pentapoli annonaria. Nel 756 passò sotto il dominio formale della Chiesa, anche se restava sotto la giurisdizione imperiale, che sarebbe stata annullata da Ottone III nel 999.

La civiltà monastica, rappresentata dai benedettini prima e dai camaldolesi poi, conobbe un notevole sviluppo nei secoli dell’alto Medioevo nel territorio jesino, che intorno al Mille contava ben 28 abbazie. Una tra esse era l’abbazia di S. Maria del Piano.

Dopo il Mille l’importanza di Jesi è testimoniata dal fatto che fu sede di una delle otto contee in cui era divisa la Marca di Ancona. Conti di origine longobarda governarono Jesi fino al 1130, anno in cui fu istituito il Comune autonomo. Intanto la città prendeva forma: sulla struttura romana del castrum sorsero edifici privati e pubblici, tra i quali i palazzi del podestà, del comune e il duomo.

Il 26 dicembre 1194 vi nacque da Costanza d’Altavilla, in viaggio con il marito Enrico VI verso il Sud d’Italia, l’imperatore Federico II di Hohenstaufen, uno dei più grandi sovrani del Medioevo europeo. Benché le fonti del tempo non precisino il luogo esatto della sua nascita, alcuni storici locali hanno sostenuto che tale evento si fosse verificato sotto un padiglione innalzato davanti alla cattedrale, alla presenza di molti nobili testimoni, per fugare ogni dubbio sulla maternità del neonato. Sarà lo stesso Federico a riconoscere in una famosa lettera la propria nascita jesina e a conferire alla città natale il titolo di “città regia”.

Con tante lusinghe Jesi non poteva che schierarsi, nelle lotte tra guelfi e ghibellini, dalla parte imperiale incorrendo di conseguenza in varie scomuniche ecclesiastiche. Tuttavia, dopo la sconfitta degli Svevi passò dalla parte della Chiesa. Nelle Costituzioni del cardinale Albornoz (1357) Jesi figura tra le civitates magnae (le città grandi) della Marca di Ancona.

Tra Duecento e Quattrocento Jesi mirò soprattutto a difendere ed allargare il suo “contado” (territorio) tra Fabriano e Ancona, città con le quali fu spesso in aspra lotta. Le necessità difensive spinsero perciò gli jesini a fortificare le mura della città sul tracciato di quelle romane.

L’età delle signorie vide affermarsi a Jesi famiglie locali – soprattutto i Simonetti – e nel corso del XV secolo, i Malatesta, Braccio da Montone e Francesco Sforza. Nel 1447 quest’ultimo fu costretto a cedere la città alla Chiesa. Cessate le lotte interne, ebbe inizio allora per Jesi un periodo di espansione economica, di accrescimento demografico e di notevole attività edilizia. Nel secondo Quattrocento fu l’architetto militare fiorentino Baccio Pontelli a curare il rafforzamento delle ampie mura cittadine. Tra il 1486 e il 1498 viene edificato, su disegno di Francesco di Giorgio Martini, il Palazzo della Signoria, noto anche come Palazzo dei Priori perché originariamente fu sede del Comune. Imponente ed elegante allo stesso tempo, ha un cortile interno con un portico sormontato da un loggiato, quest’ultimo disegnato da Andrea Sansovino. ? uno dei migliori esempi di palazzo rinascimentale delle Marche. Dal tardo Cinquecento ospitò i governatori pontifici, mentre oggi è sede della Biblioteca e dell’Archivio storico comunale.

Notevole fu anche in questo periodo l’attività culturale: nel 1472 il tipografo Federico de’ Conti pubblicò a Jesi una delle prime edizioni a stampa della Divina Commedia. Nei primi decenni del Cinquecento il pittore veneto Lorenzo Lotto dipinse per confraternite e ordini religiosi di Jesi importanti opere, come la Santa Lucia davanti al giudice e l’Annunciazione, oggi conservate nella locale Pinacoteca civica.

Dal Cinquecento a oggi

Il Cinque-seicento

Nel XVI secolo Jesi era una delle città culturalmente  più vive della Marca. Benché contasse solo 2000 abitanti, era il capoluogo di un territorio costituito da sedici castelli, che venivano amministrati da “capitani” inviati dalla città. I castelli erano: Massaccio (oggi Cupramontana),  Poggio Cupro (frazione dello stesso comune), Montecarotto, Monsano, San Marcello, Santa Maria Nuova, Maiolati, Moie e Scisciano (oggi frazioni di Maiolati Spontini), Poggio S. Marcello, Belvedere, San Paolo, Rosora, Monteroberto, Castelbellino, Morro d’Alba e Staffolo.

A Jesi si svilupparono l’arte della stampa e quella orafa. L’orafo jesino Ciccolino di Lucagnolo fu maestro di Benevenuto Cellini, mentre l’umanista Angelo Colocci (1467-1549), uomo di vastissima cultura, fu segretario di papa Leone X.

Nei primi decenni del Cinquecento la città subì prima l’occupazione di Cesare Borgia (1502-03), poi un saccheggio da parte delle truppe mercenarie di Francesco Maria della Rovere (1512), infine, intorno al 1520, un’epidemia di peste seguita da una grave carestia. Tra il 1510 e il ’13 vi furono anche duri scontri con gli anconetani per il possesso di Chiaravalle e di Monte S. Vito, che però Jesi non riuscì mai a conseguire.

Nel corso del Cinquecento sorsero numerose confraternite con scopi caritativi e furono erette nuove chiese, mentre si ristrutturarono quelle di S. Floriano e S. Giovanni Battista. L’economia, fortemente agricola, assicurava il benessere alla nobiltà cittadina grazie all’alta produttività delle fertili terre della Vallesina.

Il 1585 è un anno importante per Jesi poiché la città ottenne da papa Sisto V, con i castelli del suo contado, un governo autonomo da quello della Marca. Questa sorta di provincia si chiamava Stato della città e contado di Jesi.

Nel Seicento, nonostante carestie e pestilenze, Jesi conobbe un’espansione verso la contrada di Torrevecchia con la costruzione di nuove mura e della Porta Romana. Nuove chiese furono edificate: S. Rocco, S. Francesco di Paola, S. Caterina alle Valche, del Soccorso e del S. Cuore, mentre fu ristrutturata S. Giovanni Battista, officiata dai Filippini dal 1666.

Dal Settecento all’Unità d’Italia

Nel Settecento un forte incremento delle rendite fondiarie e lo sviluppo dei commerci consentirono alla nobiltà e alla Chiesa di rinnovare palazzi privati (Ripanti, Pianetti, Honorati, Balleani, Carotti e altri), edifici pubblici (il grande Orfanotrofio femminile)e di culto. In particolare fu risistemata la centrale piazza S. Floriano con la ristrutturata cattedrale e si formò, su disegno illuminista, la longitudinale via Sabella (oggi corso Matteotti), terminata dall’Arco Clementino, edificato nel 1734 in onore di papa Clemente XII. Dal punto di vista amministrativo non vi furono grandi mutamenti nella vita cittadina; i castelli non ottennero mai l’agognata parità di diritti nei confronti della città. I miglioramenti economici permisero un notevole incremento demografico: nel 1749 la popolazione di Jesi città sfiorava i 12.000 abitanti mentre il contado toccava i 21.000.
All’inizio del Settecento vide la luce in una casa di piazza della Signoria un genio della storia musicale, Giambattista Pergolesi (1710-1736), che si sarebbe formato e avrebbe colto i suoi grandi successi a Napoli. Un altro grande musicista, Gaspare Spontini (1774-1851) nacque e morì in un castello di Jesi, Maiolati (cui oggi è stato aggiunto il suo cognome), ma conobbe la celebrità a Napoli, Parigi e Berlino. L’interesse della popolazione jesina per la musica e il teatro fece sorgere nel 1731 uno dei primi teatri delle Marche, detto “del Leone”, che andò distrutto in un incendio alla fine del secolo. Nel 1790 fu costruito il nuovo grande Teatro Pergolesi su progetto dell’architetto F.M. Ciaraffoni. Restaurato più volte negli ultimi due secoli è oggi riconosciuto come “teatro di tradizione”.

L’invasione napoleonica (1797) e in seguito la costituzione del Regno d’Italia (1808) tolsero a Jesi il dominio sui suoi castelli, anche se la città fu investita della funzione di capoluogo di uno dei distretti del Dipartimento del Metauro.

Dopo la Restaurazione esponenti della nobiltà jesina promossero un rinnovamento dell’agricoltura (coltivazione intensiva del gelso per la bachicoltura) e fondarono cartiere, fornaci e filande, embrione di quello che sarebbe stato lo sviluppo industriale della città.

Nel periodo risorgimentale si distinse tra i patrioti il marchese Antonio Colocci, che dopo l’Unità sarebbe stato deputato e senatore. Il 15 settembre 1860 i bersaglieri entrarono a Jesi e la città fu unita al nuovo Regno d’Italia.

Una città industriale

Nel 1860, nelle Marche economicamente arretrate e prive di qualunque tessuto industriale, Jesi rappresenta una felice eccezione. La città possiede una cartiera, due fornaci, sei saponifici, due concerie, sedici tintorie e parecchie altre attività. La manifattura più importante è quella della seta che porterà, a fine Ottocento, alla creazione di un solido nucleo industriale (ben dodici filande) che occuperà 2000 operai, soprattutto donne, e farà guadagnare a Jesi il titolo di “Milano delle Marche”. Nei primi anni del Novecento la città si espande e numerose ciminiere spuntano nelle nuove aree industriali. Repubblicani, socialisti e cattolici si contendono le simpatie e i consensi elettorali dei ceti operai e artigiani, dando vita anche a diversi periodici.

Nel 1859 si costituisce la Biblioteca Planettiana, ospitata nel Palazzo della Signoria, la quale si arricchisce via via con le cospicue donazioni di nobili famiglie jesine, come i Ghislieri e soprattutto i Pianetti, oltre che con i fondi bibliografici di quattro ordini religiosi soppressi.

Nel XX secolo Jesi si è caratterizzata come città spiccatamente industriale, tuttavia negli ultimi decenni ha accentuato la sua vocazione di centro di cultura, valorizzando la sua storia – in particolare l’aver dato i natali a Federico II e a Giambattista Pergolesi –  e il suo grande patrimonio monumentale (possiede tra l’altro una delle cinte murarie meglio conservate delle Marche) e artistico. Spiccano tra le istituzioni culturali, oltre la Biblioteca e il Teatro Pergolesi, il Teatro Studio intitolato alla grande attrice jesina Valeria Moriconi, la Pinacoteca civica e la Galleria di Arte contemporanea, ospitate nel settecentesco palazzo Pianetti, il Museo Diocesano, ospitato nel palazzo Ripanti Nuovo e lo Studio per le Arti della Stampa, sorto per documentare la lunga e importante tradizione tipografica locale. Infine non si può fare a meno di menzionare il Verdicchio dei Colli di Jesi, uno dei vini d.o.c. più noti in Italia, prodotto sulle colline che circondano la città.

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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