Gradara è un comune di circa 4700 abitanti, situato in provincia di Pesaro e Urbino, su un’altura nell’estremo lembo nord-orientale delle Marche, ad appena tre km. dal mare. Grazie ai richiami storici della sua possente Rocca e alla felice posizione geografica, Gradara è meta turistica tra le più rinomate dell’Italia centrale.

In epoca romana la cittadina fu un centro minore del territorio di Pisaurum. È noto che nell’Alto Medioevo vi sorse una pieve dedicata a S. Sofia, di cui resta una campana con la data 1008. Si ha notizia anche di un’altra chiesa, la rettoria di S. Giovanni Battista. Entrambi questi edifici ecclesiastici testimoniano un popolamento che permaneva sul luogo dell’antico pagus romano.

Tuttavia la storia di Gradara è legata soprattutto alle quattro signorie che la dominarono per molti secoli. La prima fu quella dei Griffo, i quali edificarono verso il 1150 una grande torre merlata quadrangolare servendosi dei resti di una tomba romana. La torre è ancora oggi visibile sulla parte più alta del colle.

Dai Malatesti agli Sforza

Verso il 1260 si impose la signoria dei Malatesti, che dominavano la vicina Rimini. Il primo della dinastia fu Malatesta da Verucchio che, giunto in possesso di Gradara per vie legali, iniziò la costruzione della vera e propria Rocca, di cui la torre dei Griffo divenne il mastio. Fu edificato così un poderoso giro di torri, unite tra di loro da mura merlate e cammini di ronda. Malatesta aveva quattro figli: due di essi, Giovanni, detto Giangiotto, e Paolo furono, secondo una tradizione risalente a Boccaccio,  protagonisti della fosca storia d’amore di Paolo e Francesca narrata da Dante nel V canto dell’Inferno. Quel che è storicamente certo è che Francesca apparteneva alla famiglia ravennate dei Da Polenta ed era stata destinata a sposare Giangiotto Malatesti per cementare un’alleanza politica tra le due potenti famiglie fino ad allora nemiche. Sempre secondo la tradizione, la scoperta della relazione adulterina tra Francesca e Paolo, fratello di Giangiotto, indusse costui a uccidere i due amanti proprio nella Rocca di Gradara. Tuttavia la vicenda, molto romanzata nel XIX secolo, non trova riscontri documentari, forse per un tentativo, riuscito, delle famiglie dei due amanti di occultarla per ragioni politiche.

Giangiotto, che aveva continuato la costruzione della Rocca, morì nel 1304. Gli succedette il fratello Pandolfo I, che la completò con l’aggiunta di torrioni e ponti levatoi. Il possesso della vasta fortificazione passò poi al figlio Malatesta II, signore di Pesaro, il quale si impadronì di Rimini strappandola ai cugini. Solo in questo secolo, il XIV, Gradara conseguì lo status di libero Comune, dotato di propri Statuti, che vennero pubblicati nel 1363. Iniziò allora il periodo migliore per la cittadina, che diventò un luogo di soggiorno della corte malatestiana e di convegno di letterati e artisti. Come posto di transito verso la Romagna essa traeva inoltre notevoli benefici dal commercio. Dopo la morte di Malatesta II (1364), la dinastia dei Malatesti proprietari della Rocca di Gradara continuò con Pandolfo II, in rapporti di amicizia con Petrarca, Malatesta dei Sonetti (così detto perché amante della poesia) e Galeazzo. Sotto la signora di quest’ultimo, nel 1424, si consumò una tragedia che coinvolse l’intera popolazione di Gradara. Essa fu causata dall’incauta decisione di Galeazzo di offrire ospitalità alle truppe del duca di Milano Filippo Maria Visconti, reduci da una battaglia. I mercenari del Visconti, invece di mostrare gratitudine per l’ospitalità, misero a ferro e fuoco Gradara e fecero prigionieri Galeazzo e la moglie, deportando dalla cittadina uomini e donne, poi liberati. Sembra che in seguito a tale evento fosse fatta scolpire nella Sala del Consiglio di Gradara la frase che ancor oggi si legge: Maledictus homo qui confidit in homine (“Maledetto sia l’uomo che si fida dell’uomo”).

La signoria su Gradara, tra tempestose vicende sarebbe passata nel 1431 dai Malatesti di Pesaro a Sigismondo Pandolfo, appartenente al ramo riminese della famiglia, il quale vi soggiornò spesso. Nel 1446 la Rocca di Gradara fu assediata inutilmente per 42 giorni da Federico da Montefeltro e da Francesco Sforza, in lotta con il Malatesti, che fecero uso di bombarde, armi allora nuovissime. Ma nel 1463, Federico da Montefeltro riuscì nell’intento di espugnare la Rocca ponendo fine per sempre alla signoria dei Malatesti, suoi acerrimi nemici.

Da allora, per complicate vicende dinastiche, il possesso di Gradara passò agli Sforza signori di Pesaro, che la tennero fino all’estinzione del casato, avvenuta nel 1513. Anch’essi ebbero una particolare predilezione per la cittadina. Giovanni Sforza sposò nel 1493 la celebre Lucrezia Borgia, in onore della quale promosse lavori di abbellimento della Rocca, suo luogo di residenza per i tre anni del loro matrimonio.  

Dai Della Rovere a oggi

Nel 1513 papa Giulio II concesse la signoria di Gradara al nipote Francesco Maria I Della Rovere, duca di Urbino. La signora dei Della Rovere si protrasse per oltre un secolo sia pure con un’interruzione tra il 1516 e il ’21 (quando il ducato di Urbino passò temporaneamente a Lorenzino de’ Medici). Francesco Maria inaugurò una singolare consuetudine dei duchi Della Rovere, quella di affidare alle rispettive consorti il governo di Gradara, forse perché la cittadina fortificata era considerata anche un ameno luogo di soggiorno, apprezzato dalle signore rinascimentali. Così egli fece con la moglie Eleonora Gonzaga; altrettanto fece il figlio Guidubaldo II, che assegnò la cittadella a Vittoria Farnese, di cui si ricorda il saggio governo, e anche l’ultimo duca di Urbino, Francesco Maria II affidò Gradara alle cure della seconda moglie, la giovane cugina Livia Della Rovere. La morte senza eredi di Francesco Maria II, avvenuta nel 1631, determinò il passaggio di Gradara e dell’intero ducato di Urbino allo Stato della Chiesa.

Da allora il castello di Gradara si trasformò in residenza estiva di nobili personaggi come Alfonso Santinelli, gli Hondedei di Pesaro, il cardinale Alessandro Albani e l'abate Luigi Ronconi, finchè papa Clemente XIV non lo diede in enfiteusi, nel 1773, al marchese Carlo Mosca Barzi.

L’invasione napoleonica del 1797 comportò notevoli danni e devastazioni per il castello di Gradara. Alla Restaurazione il paese contava poco più di 1220 abitanti.  Nel 1831 la Rocca fu data nuovamente in enfiteusi, finché il governo pontificio non la concesse al comune di Gradara. Tuttavia la sua proprietà passò ancora a privati anche dopo l’Unità d’Italia, tanto che solo nel 1928 divenne proprietà dello Stato.

Oggi la Rocca di Gradara è una delle strutture medioevali meglio conservate d’Italia. Alla cittadina è stato assegnato il titolo di Capitale del Medioevo ed è stata concessa la Bandiera Arancione; rientra inoltre tra i Borghi più belli d’Italia. Ogni due anni vi si tiene la rievocazione Assedio al Castello.

A cura di Pier Luigi Cavalieri

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  • citta: GRADARA
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