Il signore che cullò il sogno di un regno

Fermo 1444 - Milano 1476 

Fu il quinto duca di Milano, ereditando la signoria dal padre, il grande condottiero Francesco. Ma Galeazzo Maria non ebbe il grande acume politico del genitore e, sognando per sé e la sua discendenza una monarchia, fece cedere il precario equilibrio con la nobiltà di Milano, pagando con la vita il suo progetto.

Era nato il 24 gennaio 1444 a Fermo, città della quale il padre Francesco (foto 3), capitano di ventura di grande fortuna, era stato insignorito dal papa. La madre, Bianca Maria Visconti (foto 2), figlia di Filippo Maria, duca di Milano, lo partorì nella rocca del Girfalco.

Seguì le sorti del padre quando fu allontanato da Fermo e quando, alla morte del suocero, gli succedette nella signoria di Milano, inaugurando un nuovo corso nella politica milanese, volta a consolidare gli equilibri interni per garantire alla nuova dinastia degli Sforza, nel segno della continuità con i Visconti, la stabile guida della città, in perfetta armonia con il sistema comunale.

Sin da giovane a Galeazzo Maria furono affidati incarichi di responsabilità: fu ambasciatore straordinario presso l’imperatore ed il papa, e a capo delle milizie milanesi accorse in Francia in soccorso di Luigi XI. Alla morte del padre, la nobiltà milanese lo chiamò a succedergli, creandolo quinto duca di Milano.

Sembrò continuare la politica equilibrata e lungimirante del padre, ma una volta al potere trasformò il governo della città da regime oligarchico, referente comunque della consolidata struttura comunale, in vera monarchia.

Anche simbolicamente lasciò il palazzo al centro della città per elevare a sede della sua corte la cittadella a porta Giovia.

Diversamente dal padre, pensò che il pericolo vero per lo stato milanese fosse quello esterno, per questo si premurò di stringere alleanze forti e rapporti di buona vicinanza con la Francia, la Savoia, Firenze.

Con tale politica si illuse di dare a Milano la dignità di vero stato nel contesto internazionale.

Avendo tagliato i ponti con il passato, con marcata indifferenza verso l’organizzazione comunale ed i potentati locali, montò l’odio della nobiltà milanese, che egli allontanò dal governo creandosi una corte personale con a capo il sempre più potente Cicco Simonetta.

Scrisse un suo biografo, il Coiro: “Dopo che fu creato duca fece una nuova corte, e molti di infima condizione furono da lui esaltati, ed in contrario i famigliari del padre privò di grado e di dignità”. La stessa madre fu allontanata da Milano, e morì nel 1468.

Ebbe sicuramente il miraggio di una potenza illimitata, ma pagò con la vita il distacco da Milano. L’odio della nobiltà portò difatti alla congiura del 26 dicembre 1476: alcuni giovani rampolli delle famiglie più in vista lo attesero nella chiesa di Santo Stefano, vicina al vecchio palazzo comunale, e lo accoltellarono a morte. I colpevoli furono arrestati e giustiziati, ed apparentemente il regime degli Sforza fu ristabilito con la nomina a duca del figlio Gian Galeazzo, di appena otto anni, e la reggenza della madre, Bona di Savoia, a capo di un consiglio reggente, di fatto manovrato dal potente Simonetta.

Fino a quanto nel 1480, d’accordo con il re di Napoli, il fratello minore del defunto Galeazzo, Ludovico detto il Moro, non fece rimuovere e poi giustiziare il Simonetta ed esiliare Bona, assumendo la reggenza in nome del nipote alla cui morte, nel 1494, divenne duca di Milano, l’ultimo.

Tornando a Galeazzo Maria Sforza, bisogna riconoscergli il merito di aver voluto abbellire Milano per farne una vera capitale, proteggendo le arti e favorendo gli artisti: chiamò a Milano il Bramante e Leonardo, si circondò di letterati (affidò l’istruzione del figlio all’umanista tolentinate Francesco Filelfo), sostenne l’introduzione della stampa.

Soltanto l’illusione di un potere assoluto lo rese inviso e lo portò alla tragica conclusione della vita ancora in giovane età.

 

Giovanni Martinelli

 

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