Civitanova Marche, la storia

“Pico non vide mai nido sì bello” (Annibal Caro, Rime)

Civitanova Marche è, con i suoi 39.600 abitanti, il secondo comune della provincia di Macerata. Il centro storico, noto come Civitanova Alta, sorge su una collina a 6 km dal mare, mentre gran parte della città moderna si è sviluppata lungo la costa, a breve distanza dalla sponda sinistra del fiume Chienti.

Diversi ritrovamenti archeologici testimoniano un popolamento del territorio civitanovese in età romana e alcuni storici hanno sostenuto che la città di Cluana, menzionata da Plinio, è sorta proprio qui.

Risalente all’Alto Medioevo è la chiesa di S. Marone, più volte distrutta e ricostruita. Il santo a cui è intitolata è un martire del II secolo che la tradizione vuole sia stato l’evangelizzatore del Piceno. Il culto di S. Marone rivestì per secoli una particolare importanza per i civitanovesi, che vollero effigiato il santo sullo stemma comunale.

Civitanova, compresa nella Marca Fermana, si costituì in comune autonomo assai presto, nel 1075, e come era naturale per un centro così prossimo al mare, cercò di creare insediamenti sulla costa, scontrandosi con gli interessi di Fermo, che rivendicava il proprio esclusivo diritto di edificare lungo il litorale tra i fiumi Potenza e Tronto.

Verso la fine del ‘200 i fermani misero a ferro e fuoco il fiorente centro che si era sviluppato attorno alla chiesa di S. Marone. Lungo la costa restò soltanto una fortezza, oggi inglobata nel palazzo comunale, a vigilare contro le incursioni piratesche provenienti dall’opposta sponda dell’Adriatico. Erano rimasti anche dei pescatori, che però per prudenza abitavano dentro le mura della città alta.

Civitanova Alta conserva un giro di mura quasi integro, costruito in parte da Maestri comacini nel ‘400 insieme alle due torri di Porta S. Paolo (o Zoppa) e Porta Marina, oggi caratterizzata da un cipresso spontaneamente cresciuto sulla sua sommità, e assurta a simbolo della cittadina.

Nel 1507 vi nacque Annibal Caro, celebre traduttore dell’Eneide, ma anche ironico autore di poesie, opere teatrali e lettere. Alla sua città dedicò una poesia che terminava con il verso “Pico non vide mai nido sì bello”, da leggersi: “Mai alcun picchio vide un nido tanto bello” (il picchio era l’uccello totem dei Piceni).

La mancanza di un porto arrestò per secoli lo sviluppo di Civitanova, che sullo scorcio del ‘400  entrò a far parte del territorio di Camerino. Scomparso il ducato camerte, nel 1551 papa Giulio III, per liberarsi di cospicui debiti, concesse Civitanova in feudo al gonfaloniere di Roma Giuliano Cesarini, che, non soddisfatto, pretese anche la signoria della vicina Montecosaro. I Cesarini, che ebbero presto il titolo di marchesi e, da Sisto V, quello di duchi, ricevevano dagli abitanti di Civitanova e Montecosaro le tasse da essi dovute alla Camera apostolica, cioè al Tesoro.

Nel Seicento i Cesarini si estinsero negli Sforza mantenendo il ducato con il nome di Sforza-Cesarini. Continuarono sempre a vantare il diritto esclusivo di edificare lungo il litorale, impedendo ai civitanovesi di farvi sorgere un centro abitato. La vecchia fortezza prossima al mare diventò di loro proprietà, ospitandone i magazzini, mentre sulla piazza della città vecchia si ergeva il Palazzo Ducale, sede del vice-duca loro rappresentante. Gli Sforza-Cesarini mantennero per oltre 250 anni il possesso del feudo di Civitanova e Montecosaro, che nel 1803 era il più popoloso “luogo baronale” dello Stato Pontificio, perdendolo definitivamente, dopo il periodo napoleonico, solo con la Restaurazione.

Porto Civitanova conobbe così uno sviluppo demografico e urbano vero e proprio solo dopo la cessazione del feudo. Il censimento del 1861 assegnava all’intero comune di Civitanova Marche quasi 9000 abitanti, 2000 dei quali già residenti al Porto.

Nel 1862 il duca Lorenzo Sforza-Cesarini volle edificare una magnifica residenza al mare addossata all’antica fortezza, ma i civitanovesi, memori delle angherie subite dalla sua famiglia, gli costruirono una maleodorante pescheria proprio al centro dell’attuale piazza XX Settembre. Il duca affittò prima il palazzo a un pastificio e poi lo vendette, abbandonando per sempre la cittadina. Palazzo Sforza-Cesarini è oggi sede del comune di Civitanova Marche.

Un decisivo impulso alla crescita del centro litoraneo venne dalle comunicazioni ferroviarie. Nel 1863, con l’apertura della linea Ancona-Pescara, fu inaugurata la locale stazione e si stabilì il collegamento con Macerata e con Roma (1888). Porto Civitanova continuò così a crescere grazie alle attività di pesca, ai commerci con l’altra sponda dell’Adriatico (prodotti agricoli contro legname dall’Istria) e, dal 1889, a un precoce sviluppo industriale. In quell’anno infatti fu aperta una grande fabbrica di bottiglie, che all’inizio del ‘900 avrebbe contato oltre 400 dipendenti. Ne fu primo direttore un ingegnere torinese, Ambrogio Faccio, padre della scrittrice Sibilla Aleramo, il cui vero nome era Rina Faccio. Le vicende narrate nel suo romanzo autobiografico Una donna sono largamente ambientate proprio a Porto Civitanova, identificata semplicemente come “un paese di mare”. Il romanzo, prima opera esplicitamente femminista della letteratura italiana, uscì cento anni fa, nel novembre 1906.

A Civitanova Alta furono invece legati per origini familiari Enrico Cecchetti (1850-1928), danzatore e coreografo di fama mondiale, e per nascita il poeta dialettale Aurelio Ciarrocchi e il figlio Arnoldo Ciarrocchi, noto pittore e incisore.

Nel 1913 Porto Civitanova, avendo superato ormai la popolazione della città alta, si costituì in comune autonomo. La divisione tra il centro collinare e quello marinaro tuttavia non durò a lungo: nel 1938 fu ricostituito il comune unico, spostando però la sede municipale a Porto Civitanova.

Negli anni della Prima guerra mondiale si ampliarono notevolmente, nei pressi del centro costiero, le Officine Meccaniche Adriano Cecchetti, un’azienda che produceva attrezzi agricoli poi convertitasi alla produzione bellica. Negli anni successivi le Officine Cecchetti diventarono uno dei maggiori stabilimenti industriali delle Marche toccando il massimo dell’occupazione (oltre 3000 operai) durante il secondo conflitto mondiale, quando ripresero a produrre materiale bellico. Dopo la guerra la fabbrica si specializzò nella costruzione e riparazione di carri ferroviari. Nel 1956 cambiò proprietà e con il nome di SGI continuò l’attività fino al 1994.

A partire dagli anni ’50 l’economia di Civitanova Marche fu però sempre più caratterizzata da una miriade di piccole aziende calzaturiere, che valsero alla cittadina, per la qualità dei prodotti, rinomanza mondiale. Nel 1950 vi si tenne la prima Fiera della Calzatura, manifestazione che si tiene ancor oggi.

Non vanno trascurati altri due settori dell’economia civitanovese: la pesca, storicamente presente, che ricevette un forte incremento dalla costruzione del porto (iniziata nel 1932 ma completata solo nel 1960), e il turismo balneare, già presente alla fine dell’800. A questi va aggiunto oggi il settore dei servizi per le imprese e per il tempo libero, sempre più importante nell’economia cittadina, che fa di Civitanova Marche il centro di una vasta “municipalità virtuale”.

A cura di Pier Luigi Cavalieri

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  • citta: CIVITANOVA MARCHE
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