Ancona (101.600 abitanti), capoluogo di provincia e di regione, è la città più popolosa e più importante delle Marche. È sede di diocesi, di università, di musei e dell’ammiragliato. Ancona possiede il più ampio porto naturale del Medio Adriatico, cui fanno capo i col-legamenti marittimi con la Croazia, l’Albania, il Montenegro, la Grecia e la Turchia. È il primo porto adriatico per numero di imbarchi (circa un milione l’anno) e uno dei primi per il traffico delle merci e per la pesca.

I ventiquattro secoli di storia di Ancona sono indissolubilmente legati al suo porto, situato a nord del promontorio a forma di gomito su cui è sorta e da cui ha preso il nome la città. Fondata da Greci originari di Siracusa, Ankon in greco significa proprio “gomito”. La città ha una geografia difficile, posta com’è sui diversi colli che costituiscono le pendici settentrionali del Monte Cònero: il colle Guasco, a strapiombo sul porto, su cui per molti secoli è stata arroccata la città, il colle dei Cappuccini e Monte Cardeto; più a sud il colle Astagno, sul quale sorge la Cittadella, il colle di Santo Stefano e i monti Pulito, Pelago e Santa Margherita, quest’ultimo, le cui pendici sono occupate dal parco del Passetto. An-cona vanta la singolare caratteristica di essere circondata dall’Adriatico a nord, a ovest e a est, così che l’asse centrale del suo sistema viario conduce dal mare del bacino portuale al mare del Passetto.

Il primo popolamento del territorio di Ancona si deve a genti preistoriche e ai Piceni, che hanno lasciato una necropoli nell’attuale rione del Cardeto, con vari e importanti reperti conservati nel Museo Archeologico delle Marche. Benché i Greci e altri popoli del Mediterraneo conoscessero il porto naturale di Ancona sin dal V secolo a.C., la fondazione vera e propria avvenne nel 387, quando un gruppo di esuli siracusani diedero vita alla città, tro-vando nel colle Guasco una perfetta acropoli per erigervi un tempio dedicato alla dea A-frodite, le cui vestigia si trovano oggi sotto il duomo di S. Ciriaco, che domina la città. I siracusani appartenevano alla stirpe greca dei Dori ed è per questo che la città fu detta “dorica” dagli scrittori romani, mantenendo tale appellativo ancor oggi.

L’espansione romana nell’Italia centrale la vide prudente alleata della nuova potenza contro i Galli Senoni e i Sanniti, fino a diventare essa stessa colonia di Roma nel 276 a.C. I Romani, che compresero la sua importanza strategica come porta d’Oriente, ne fecero un importante centro militare e commerciale. In età repubblicana, quando vi stabilirono una colonia di veterani, Ancona era già il principale porto del Medio Adriatico. Sotto l'impe-ro Ancona, la città principale della Regio V, raggiunse un'importanza sia militare che eco-nomica, in particolare dopo gli interventi di ampliamento del porto fatti eseguire dall'impe-ratore Traiano. Quest’ultimo fece di Ancona, nell’anno 105 d.C., il porto di imbarco per le sue truppe dirette alla conquista della Dacia, l’attuale Romania. A segnare il successo di tale impresa il Senato di Roma decretò nel 115 d.C. l’edificazione di quell’arco di Traiano che sorge tuttora nell’area portuale ed è uno dei monumenti più rappresentativi della città. Ma sarà la Colonna Traiana, innalzata a Roma per celebrare le conquiste dell’imperatore, a restituirci la prima immagine di Ancona: nel riquadro che illustra la partenza delle legioni romane dal porto della città dorica si riconoscono il colle Guasco con il tempio di Venere, un altro tempio sulla riva del mare (che si ritiene dedicato a Diomede), i magazzini, i can-tieri navali e lo stesso arco di Traiano, sormontato da tre statue oggi scomparse.

Il cristianesimo compare ad Ancona nel IV secolo, attestato da un tabernacolo dedicato a S. Stefano, cui farà riferimento S. Agostino in una delle sue omelie. Nello stesso secolo viene edificata sul colle Guasco la chiesa di S. Lorenzo, mentre risale al 4 maggio 363 il martirio del vescovo di Ancona Ciriaco avvenuto sotto l’imperatore Giuliano a Gerusalemme, dove si era recato in pellegrinaggio. È noto anche l’anno di costruzione della basilica di S. Stefano, voluta dalla reggente Galla Placidia nel 433. L’anno successivo le spoglie di S. Ciriaco saranno traslate nella nuova basilica.

La guerra greco-gotica, intrapresa dai bizantini per riconquistare l’Italia dominata dai Goti, fu un vero disastro per Ancona, sotto le cui mura – che circondavano solo la sommità del colle Guasco – i contendenti combatterono una sanguinosa battaglia nel 539. Il re goto Totila assediò nuovamente la città nel 550. Con la sconfitta dei Goti Ancona entrò a far parte della Pentapoli Marittima, entità amministrativa sottoposta all’Esarcato di Ravenna e perciò a Bisanzio. Per un periodo, dalla fine del VI secolo, la città fu soggetta anche ai Longobardi prima di passare ai Franchi, che nel 774 la donarono alla Chiesa insieme all’Esarcato di Ravenna. Questa donazione avrebbe comportato per Ancona il pagamento di un “censo” annuo al papa, pur godendo, fino agli inizi del Cinquecento di una forte auto-nomia.

Il IX secolo fu terribile per Ancona: una frana e diversi terremoti cancellarono quel che restava dell’antica città. Come se non bastasse un’incursione saracena nell’839 ne provo-cò la quasi completa distruzione.

La ricostruzione avvenne nel secolo successivo con l’appoggio dei duchi di Spoleto e dei marchesi di Toscana. Lentamente si formarono anche le istituzioni comunali. La città, divisa in terzieri (S. Pietro, Porto e Capodimonte), fu retta da tre “anziani” e tre “regolatori”, più tardi anche da un podestà. Tornò così ai suoi traffici marittimi con l’Oriente aprendo fondaci e consolati a Bisanzio e in altre città. L’imperatore d’Oriente a sua volta inviò un proprio legato ad Ancona.

Il suo ruolo preminente fu riconosciuto dal titolo di Marca di Ancona che venne attribuito al territorio noto prima del Mille come Marca di Fermo o di Camerino. Il primo marchese (o margravio) della Marca di Ancona fu Guarnieri II, che la resse dal 1093 al 1119.

Divenuta ormai una repubblica marinara (una delle quattro non riconosciute, insieme a Gaeta, Trani e Ragusa-Dubrovnik) Ancona incontrò l’aperta ostilità di Venezia, che non tollerava concorrenti in Adriatico. La necessità di mantenere buoni rapporti con Bisanzio la metteva in conflitto anche con l’impero germanico, tanto da subire due pesantissimi assedi, prima da Federico Barbarossa (1167) e poi dal suo cancelliere Cristiano di Magonza (1174). In quest’ultimo, che vedeva riunite le forze dell’impero, della repubblica di Venezia e di alcune città vicine e rivali, Ancona lottò strenuamente per la propria sopravvivenza riuscendo infine a respingere l’assedio durato dal 1° aprile alla metà di ottobre. In quei lunghi mesi diversi anconitani si distinsero per le loro gesta, tanto da entrare nella leggenda: tra essi la vedova Stamira (o Stamura) che provocò l’incendio delle macchine d’assedio nemiche, consentendo ai suoi concittadini di uscire dalle mura per rifornirsi di cibo, e Giovanni da Chio, che si gettò nel mare in tempesta per tagliare le gomene della nave ammi-raglia veneziana, facendo affondare così parte della flotta che assediava la città dal mare. Allo scampato pericolo seguì un periodo florido permise di aumentare i traffici marittimi con l’Oriente. Nel 1216 vi giunse S. Francesco per imbarcarsi per l’Egitto. Si era andato defi-nendo anche il territorio soggetto ad Ancona nel quale erano compresi i suoi venti castelli: tra essi Falconara, Sirolo, Offagna, Agugliano, Polverigi, Varano, Poggio, Massignano, Montesicuro, Gallignano e Paterno. La repubblica marinara aveva anche una moneta propria, l’agontano, e propri codici di navigazione. Inoltre ospitava comunità straniere organizzate: greci, ebrei e “schiavoni”, ossia dalmati e albanesi.

Allo scampato pericolo dell’assedio delle truppe imperiali e delle forze navali di Venezia seguì per Ancona un periodo florido che permise di aumentare i traffici marittimi con l’Oriente. La repubblica anconitana aveva anche una sua moneta, l’“agontano”, e propri codici di navigazione. Inoltre ospitava comunità straniere organizzate: greci, ebrei e “schiavoni”, ossia dalmati e albanesi.

 

Dall'assedio del 1174 alla fine della repubblica

Chiese, monasteri, castelli

Intanto si erano costituiti, nelle vicinanze della città, diversi monasteri benedettini tra cui quelli di Poggio, di S. Pietro al Conero, sulla sommità del massiccio omonimo, di Portonovo fondata nel 1034, di cui oggi resta la suggestiva chiesa romanica di S. Maria (il monastero fu abbandonato nel 1320 a causa di terremoti, frane e incursioni di pirati). La costruzione del Duomo sulla preesistente basilica di S. Lorenzo era stata completata già nel 1017, quando vi erano stati traslati i corpi dei santi Marcellino e Ciriaco. A quest’ultimo, vescovo e martire nonché patrono della città, sarebbe stato dedicato la chiesa tra il Duecento e il Trecento. Nuovi lavori di ampliamento in questo periodo diedero a S. Ciriaco la sua forma definitiva, con la pianta a croce greca e il portale, caratterizzato dai due leoni stilofori. Nel Duecento furono costruite le chiese romaniche di S. Maria della Piazza (ancora esistente) e di S. Pietro, oggi scomparsa.

Dal principio del Duecento il Comune di Ancona fu impegnato a definire il proprio territorio occupando, nel corso di oltre due secoli, l’intero Monte Conero e anche aree ad esso prossime. In parte l’espansione fu favorita dalla decisione di alcuni signori feudali di assoggettarsi al Comune: tra essi i conti Cortesi, che vendettero ad Ancona i castelli di Falconara, Sirolo e Varano nel 1225. Altri castelli furono acquisiti a spese della rivale Osimo: Polverigi nel 1324 e Offagna con la sua rocca nel 1445. In funzione antiosimana gli anconetani eressero il castello di Montesicuro e la rocca di Bolignano presso l’Aspio. Altri castelli furono edificati o acquisiti da Ancona nei secoli XIII e XIV: Agugliano, Paterno, Gallignano, Sappanico, Camerano e Barcaglione, tutti nomi che compaiono nella Descriptio Marchiae del cardinale Albornoz nel 1356 come possessi di Ancona. Monte San Vito fu invece strappata a Jesi nel 1432. Nel Tre-quattrocento Ancona approfittò della decadenza di Numana (dovuta a frane e terremoti che avevano colpito il centro abitato), che era stata civitas e sede vescovile, per impadronirsi dell’antica ma ormai spopolata città e di buona parte del suo territorio. L’annessione avvenne nel 1404, mentre nel 1422 anche la diocesi fu unita a quella di Ancona, i cui vescovi assunsero il titolo di conti di Numana.

I secoli d’oro della repubblica marinara Il Trecento e il Quattrocento sono stati secoli di grande prosperità per Ancona, la cui risorsa principale era costituita dai commerci marittimi. I mercanti anconitani frequentavano i porti della Dalmazia come Zara, Spalato, Traù e soprattutto Ragusa (Dubrovnik), che essendo dalla metà del Trecento di fatto una repubblica indipendente rivale di Venezia, era l’alleato naturale di Ancona, che si sentiva minacciata nei suoi interessi dalla città lagunare. Essi importavano ed esportavano granaglie, vino, legname, cuoi, spezie e manufatti di ogni genere. Inoltre la repubblica anconitana inviava consoli e possedeva fondaci e colonie in tutti i principali porti d’Oriente, da Costantinopoli ad Alessandria d’Egitto.

Il carattere mercantile del Comune riuscì a risparmiare ad Ancona la nascita e l’affermazione delle signorie, ma non poté fermare l’occupazione dei Malatesta, che la tennero in scacco dal 1353. Per liberarsi dei Malatesta gli anconitani si sottoposero al cardinale Egidio Albornoz, inviato dal papa avignonese Clemente VI a riorganizzare lo Stato della Chiesa. L’Albornoz fece costruire la fortezza della Cittadella sul colle di S. Cataldo, che alla fine del suo dominio (1383) fu attaccata e distrutta dalla popolazione anconitana perché considerata simbolo di oppressione politica. Fu così restaurata la repubblica.

Alla fine del Trecento fu edificato il Palazzo del Governo, sede del Comune, mentre in pieno XV secolo venne costruita nei pressi del porto la Loggia dei Mercanti, pregevole edificio che rappresentava il cuore commerciale della città. La bella facciata in stile gotico veneziano si deve a un architetto dalmata, Giorgio Orsini da Sebenico, autore anche delle facciate delle chiese di S. Francesco alle Scale e di S. Agostino. È nel primo Quattrocento che visse Ciriaco de’ Pizzecolli (1391-1452), detto anche Ciriaco d’Ancona, che molti considerano il precursore, se non il padre, dell’archeologia moderna. Proveniente da una famiglia di commercianti e naviganti anconitani, si appassionò all’antichità classica leggendo le iscrizioni sull’arco di Traiano. Viaggiò per gran parte della sua vita in Italia, Dalmazia, Grecia, Egitto e a Costantinopoli, redigendo dettagliate descrizioni dei monumenti visti, che illustrava anche con disegni. Autore di un Itinerarium e di altre opere, fu il primo europeo che descrisse accuratamente l’Acropoli di Atene e le piramidi d’Egitto.

La caduta di Costantinopoli (1453) ebbe conseguenze anche per Ancona, che partecipò a varie spedizioni contro i Turchi per ottenere la sicurezza sui mari. Nel 1464 papa Pio II, che aveva indetto una crociata, che sarebbe fallita, contro i Turchi, morì ad Ancona in attesa della flotta veneziana. La scena del suo arrivo in città è raffigurata dal Pinturicchio nella sagrestia del Duomo di Siena. I nuovi equilibri internazionali e una guerra contro Osimo spinsero Ancona a cercare la protezione di Mattia Corvino, re d’Ungheria, atto che costò alla città una scomunica da parte del pontefice Innocenzo VIII.

Le vicende che seguirono furono assai travagliate per Ancona. Mentre continuavano le contese locali con Osimo e Jesi, si fece sentire anche la minaccia turca: il 7 giugno 1518 vi fu una scorreria a Portonovo e a Poggio, da cui furono rapite diverse persone. Il quadro generale dell’Italia del tempo non era più favorevole all’esistenza di piccoli stati territoriali e fatalmente giunse anche per Ancona il momento della resa. Nel 1532 papa Clemente VII esautorò le magistrature della città – gli Anziani e i Regolatori – annettendola allo Stato della Chiesa e ponendo fine con ciò alla storia della gloriosa repubblica. La successiva costruzione della Cittadella avrebbe garantito il controllo della città alle truppe pontificie.

Il Cinquecento

Dopo l’annessione della repubblica anconetana allo Stato della Chiesa (1532), la minaccia turca e la volontà di tenere sotto ferreo controllo la città indussero papa Clemente VII a far edificare da Antonio da Sangallo il Giovane sulla sommità del colle Astagno la Cittadella, uno dei migliori esempi di fortificazione rinascimentale. Da questo momento Ancona assunse una funzione militare, di baluardo contro le invasioni da oltre Adriatico, che avrebbe mantenuto per secoli. Tuttavia non si spensero, anzi rifiorirono, le tradizionali attività commerciali, tenute in vita dalle colonie di greci, turchi, armeni, ebrei, marrani, ragusei, slavi e dalmati, che acquistavano dai mercanti italiani (soprattutto toscani) tessuti inglesi e fiamminghi. Le grandi famiglie anconetane che gestivano i commerci si chiamavano Ferretti, Bonarelli, Benincasa. Tra essi si distinguevano i Ferretti, nobili di origini feudali proprietari di molte terre, tra cui quelle di Castelferretti (oggi frazione di Falconara) divisi nei due rami del Guasco e di S. Domenico. Possedevano un magnifico palazzo, oggi sede del Museo Archeologico, vicino alla chiesa di S. Salvatore, poi degli Scalzi, ed ebbero tra i propri membri prelati, uomini d’arme, politici e letterati.

Gli affari richiedevano una regolamentazione e l’anconetano Benvenuto Stracca (1509-1578) scrisse in questo periodo un importante trattato di diritto commerciale dal titolo De mercatura. Il clima di convivenza tra i diversi gruppi etnici fu turbato da un terribile evento causato dalla politica antiebraica seguita da Paolo IV Carafa: nel 1556, per il reato di apostasia, furono arsi sul rogo ventisei ebrei di origini portoghesi. Agli altri ebrei fu concesso di continuare a vivere nel ghetto, appena istituito in città.

Nel Cinquecento operarono ad Ancona (o vi fecero pervenire delle opere) importanti artisti, come Lorenzo Lotto, Tiziano (celebre la sua Pala Gozzi, ora in Pinacoteca, e la Crocifissione, in S. Domenico) e Pellegrino Tibaldi, progettista e decoratore dell’imponente Palazzo Ferretti, oggi sede del Museo Archeologico delle Marche. A commissionare le opere erano spesso mercanti levantini, oltre che famiglie, congregazioni religiose e confraternite anconetane. Nel 1544 i Frati Minori diedero inizio alla costruzione del ricco portale, ispirato al gotico-veneziano, della loro chiesa di S. Francesco alle Scale. Intorno al 1600 fu edificata dagli architetti Longhi e Jacometti la Torre Civica o dell’Orologio, attigua al Palazzo del Governo.

Nel 1581 Michel de Montaigne visitò Ancona e così la descrisse nel suo Journal de voyage en Italie: “Ancona è molto abitata, e specialmente da greci, turchi e schiavoni, importante per commerci, ben costruita, limitata da due grandi capi montuosi che si protendono verso il mare, su uno dei quali sorge un’ampia fortezza (…) mentre sull’altro c’è una chiesa. (…) A S. Ciriaco si trovano reliquie più famose che in ogni altra chiesa del mondo”.

Il Sei-settecento

Nel corso del XVII secolo si accentuò la decadenza economica della città già in atto da decenni, con riflessi anche sulla demografia. La popolazione, che nel Cinquecento superava i 20.000 abitanti, scese sotto i 10.000 nel 1656. La borghesia mercantile prese a investire i suoi capitali nella rendita fondiaria. Non mancarono ad Ancona nel corso del XVII secolo le accademie letterarie, la più nota delle quali fu l’Accademia dei Caliginosi, fondata nel 1624 da Prospero Bonarelli (1582-1659) nel suo palazzo gentilizio. Prospero fu autore di poesie, commedie e tragedie, tra le quali spicca Il Solimano (1619), mentre il fratello Guidubaldo è ricordato per il dramma pastorale Filli di Sciro.

L’anno di svolta per Ancona fu il 1732, quando papa Clemente XII istituì il porto franco, cioè libero da dazi doganali, il che consentì alla città di riprendere il suo antico ruolo di grande centro di commerci. A questo pontefice è dedicata la statua, opera di Agostino Cornacchini, che domina piazza del Plebiscito, tradizionalmente nota come piazza del Papa, e un arco sul Molo Nord, prolungato dal celebre architetto Luigi Vanvitelli.

Per far fronte ai problemi sanitari legati alla presenza del porto a partire dal 1733 fu edificato su un’isola artificiale, su disegno di Vanvitelli, il grande Lazzaretto pentagonale. Lo stesso architetto si occupò anche del rifacimento della chiesa di S. Agostino e della facciata della chiesa del Gesù. F.M. Ciaraffoni ricostruì invece la chiesa del SS. Sacramento presso il porto. Intorno al 1775 fu portato a termine il molo progettato dal Vanvitelli.

Sotto il pontificato di Benedetto XIV (1740-1758), che era stato vescovo di Ancona, furono rifatte o trasformate diverse chiese: S. Biagio, S. Francesco ad Alto, S. Primiano, del Carmine, del Sacramento, di S. Francesco delle Scale. Nonostante gli indubbi miglioramenti nell’economia della città, si andò confermando la tendenza dei nobili anconetani a investire nella terra. Esemplare è il caso del mercante Francesco Trionfi (1706-1772) che dopo essere stato l’uomo più ricco di Ancona, decise di far cessare la propria ditta commerciale con la propria morte indirizzando gli verso la rendita fondiaria. Alla vigilia dell’età napoleonica, nel 1782 la popolazione di Ancona assommava a 27.400 abitanti.

I rapporti con la tradizionale alleata Ragusa furono interrotti dal devastante terremoto che colpì la città dalmata nel 1667, mentre un’analoga sciagura toccò alla stessa Ancona nel 1690 causando l’allontanamento quasi completo dei mercanti stranieri dalla ci ttà. Inoltre le conseguenze sulla aspetto della città furono terribili: un cronista dell’epoca riferisce che il terremoto “ha quasi del tutto sfigurata” Ancona.

L’invasione napoleonica dell’Italia non risparmiò Ancona. Il 9 febbraio 1797 Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso ad Ancona e il 19 novembre proclamò la Repubblica Anconitana, il cui territorio coincideva con quello dell’ex Marca di Ancona. Il nuovo piccolo stato fu effimero in quanto fu unito alla Repubblica Romana il 7 marzo dell’anno successivo. In seguito, con l’unione al napoleonico Regno d’Italia ad Ancona fu assegnata la funzione di capoluogo del Dipartimento del Metauro.

 

Dall’invasione napoleonica all’Unità d’Italia

I francesi perdettero Ancona dopo sei mesi di assedio da parte degli austriaci nel 1799, ma la riconquistarono due anni dopo. L’antica città portuale sarebbe entrata a far parte del napoleonico Regno d’Italia nel 1808 come capoluogo del Dipartimento del Metauro. Tornò sotto lo Stato della Chiesa, con la sua Marca, nel 1814. Ma il breve periodo napoleonico aveva lasciato un’eredità culturale e politica nelle società segrete che cominciarono a sorgere. Ben presto si diffuse in città la Carboneria e parecchi patrioti parteciparono ai moti del 1831-33 subendo processi e condanne. Per breve tempo – dal 22 febbraio al 1° agosto 1832 – Ancona tornò persino sotto il dominio francese. Proprio in questi mesi vi fu fondato un nucleo della mazziniana Giovine Italia. La sola città contava allora circa 23.000 abitanti mentre la popolazione totale del comune superava le 36.000 unità; la sua economia si incentrava, come avveniva da secoli, sul porto, anche se i primi decenni della Restaurazione furono caratterizzati da una forte crisi economica. Si cercò allora di far fronte alla disoccupazione con la realizzazione di grandi opere pubbliche come il Teatro delle Muse, realizzato in stile neoclassico su disegno di Pietro Ghinelli sul luogo in cui si trovava originariamente il palazzo del Podestà. Il teatro, dotato di un’acustica eccellente, fu inaugurato nel 1827 con due opere di Gioacchino Rossini.

Nella prima metà dell’Ottocento l’anconetano Francesco Podesti (1800-1895) si affermò nel campo della pittura a livello internazionale. Per la sua città dipinse la pala dell’Annunziata per la chiesa omonima e soprattutto il Giuramento degli Anconetani, grande quadro di soggetto storico ispirato alla resistenza dei suoi concittadini all’assedio delle truppe imperiali nel 1174. La tela, voluta dalla municipalità nel 1851 per evidenti ragioni politico-patriottiche, fu collocata nella sala del Consiglio comunale, dove si trova tuttora. Dopo l’Unità d’Italia il Podesti tornò sullo stesso soggetto con il dipinto Stamura (oggi conservato a Bertinoro) celebrante l’eroina che incendia le macchine da guerra nemiche durante l’assedio.

Nel 1837 Ancona fu colpita da una grave epidemia di colera che mieté ben 716 vittime. Una nuova epidemia sarebbe scoppiata nel 1854. Dopo il 1838 Michele Bevilacqua realizzò la monumentale Barriera Gregoriana all’ingresso del porto, e il nuovo arsenale.

Gli eventi del 1848 produssero conseguenze anche su Ancona, che aderì, nei primi mesi dell’anno successivo, alla Seconda Repubblica Romana. Papa Pio IX chiese agli austriaci di riportare la città sotto il dominio della Chiesa, ma Ancona resistette eroicamente, dal 24 maggio al 19 giugno 1849, con 4.000 uomini al duro assedio di 11.000 austriaci, che disponevano anche di una squadra navale. Alla sua difesa parteciparono volontari accorsi da diverse parti d’Italia. Per il valore dimostrato nel 1849 Ancona sarebbe stata insignita della medaglia d’oro come benemerita del Risorgimento nazionale. Uno dei suoi difensori più eroici, Antonio Elia, dopo la capitolazione della città venne fucilato dagli austriaci. Tornata sotto lo Stato Pontificio Ancona restò sotto occupazione austriaca fino al 1859.

Augusto Elia, figlio di Antonio, partecipò, dieci anni più tardi, alla spedizione dei Mille e durante la battaglia di Calatafimi salvò la vita a Garibaldi, rimanendo egli stesso gravemente ferito. Nonostante ciò avrebbe preso parte ad altre campagne militari insieme all’Eroe dei due Mondi. Nel 1859 furono ben 800 i volontari anconetani partiti per il Piemonte per partecipare alla Seconda guerra di indipendenza. Dopo la battaglia di Castelfidardo, combattuta il 18 settembre 1860 e vinta dai Piemontesi di Vittorio Emanuele II contro le truppe pontificie, queste ultime si ritirarono ad Ancona nel tentativo di resistere, e la città adriatica dovette subire un nuovo assedio da mare e da terra, questa volta da parte dei Piemontesi. Ancona fu presa il 29 settembre 1860, dopo l’esplosione del forte della Lanterna, dai generali Cialdini e Fanti; tre giorni più tardi vi fece il suo trionfale ingresso il nuovo re d’Italia Vittorio Emanuele II. Il plebiscito che avrebbe ratificato l’annessione si sarebbe tenuto il 4-5 novembre successivo. In memoria del fausto evento Ancona volle costruire e donare alla Marina una nave da guerra.

Dall’Unità alla fine dell’Ottocento

Dopo il passaggio del re si insediò subito in città il commissario straordinario per le province delle Marche Lorenzo Valerio, che in pochi mesi adeguò la nuova regione alla legislazione del Regno sabaudo. Valerio promosse anche la fondazione di un quotidiano anconetano, il “Corriere delle Marche”, oggi “Corriere Adriatico”. Nella riorganizzazione territoriale delle Marche, ad Ancona fu assegnata la provincia più piccola per estensione, ma più densamente popolata.

I dieci anni che seguirono l’Unità furono decisivi per lo sviluppo della città perché nel nuovo Regno d’Italia, ancora privo di Venezia e Trieste, il suo porto rivestiva una grande importanza strategica. Ancona fu dichiarata “piazzaforte di prima classe”, posizione tenuta solo da altre cinque città italiane. Essa fu perciò fortificata in tutte le sue alture, tranne il colle Guasco, e fu notevolmente ampliata. L’Ancona del 1860 era ancora raccolta intorno al porto e al duomo di S. Ciriaco e chiusa nelle sue mura quattrocentesche; la sola città contava poco più di 17.000 abitanti mentre l’intero comune raggiungeva i 47.000. Fu perciò progettato e realizzato un vasto ampliamento sul modello della capitale Torino, incentrato su un corso centrale (corso Garibaldi) e sulle piazze Roma e Cavour. Le vecchie mura e le porte, tra cui la Porta Calamo, furono abbattute, mentre furono edificati nuovi palazzi amministrativi e nuove mura. Nel 1861, con il completamento della linea Bologna-Ancona (cui sarebbe seguito due anni dopo quello della tratta per Pescara e nel 1866 quello della linea per Roma) fu inaugurata la stazione ferroviaria centrale. In breve tempo la superficie urbana raddoppiò.

Le condizioni igienico-sanitarie erano però ancora cattive, tanto che nel 1865 scoppiò una nuova epidemia di colera che causò ben 1500 morti. La terza guerra d’indipendenza che portò nel 1866 all’annessione di Venezia, ridimensionò l’importanza strategica di Ancona, il cui porto cessò di essere base della flotta militare, a vantaggio della città lagunare, più vicina all’Austria, di cui si temevano gli attacchi.

Dal punto di vista politico, dopo l’Unità ad Ancona si affermò sempre più il movimento repubblicano, che trovò il suo leader in Domenico Barilari e si estese all’intera provincia. Anarchici e socialisti, che ebbero molti seguaci tra i lavoratori del porto, contribuirono negli ultimi due decenni del secolo a dare di Ancona l’immagine di una città “sovversiva”. Nel gennaio del 1898 il rincaro del prezzo del pane provocò nel capoluogo marchigiano dei violenti tumulti, che anticiparono di pochi mesi le proteste di Milano, sedate dalle cannonate di Bava-Beccaris.

Tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento si costituirono o si rafforzarono le istituzioni culturali cittadine. Fu il pittore anconetano Francesco Podesti a promuovere, tra il 1880 e l’88, la fondazione della Pinacoteca civica, oggi a lui intitolata, donandole molte sue opere. Il Museo Archeologico, già creato nel 1860, nel 1906 fu dichiarato Museo Nazionale. Gli fu assegnato l’ex Convento degli Scalzi, che attualmente ne ospita la nuova ala, mentre la parte principale ha sede in Palazzo Ferretti.

All’inizio del nuovo secolo la città contava circa 34.000 abitanti. Se nella prima metà del Novecento Ancona continuò ad essere caratterizzata dalla presenza di un vasto ceto impiegatizio e da vari presìdi militari, essa mantenne pur sempre, fino ad oltre la Prima guerra mondiale, la fama di “città sovversiva” acquistata con i moti per il pane del 1898. Tra i lavoratori del Porto erano infatti diffuse le idee insurrezionali di matrice socialista, anarchica e talora repubblicana, che furono all’origine di nuovi tumulti nei primi anni del secolo. Le agitazioni avrebbero raggiunto l’apice nella cosiddetta Settimana Rossa del 1914. Il 7 giugno di quell’anno un comizio antimilitarista fu disperso dai carabinieri, che spararono tra la folla uccidendo tre manifestanti. Mentre le manifestazioni di protesta si propagavano alla Romagna e alla Toscana, i ferrovieri di tutta Italia attuarono uno sciopero di solidarietà di due giorni. Dopo una settimana tuttavia, per la mancanza di obiettivi comuni, cessarono sciopero e manifestazioni.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, il 24 maggio 1915, Ancona, impreparata al conflitto, fu immediatamente bombardata dagli austriaci. Molte furono le vittime, il cantiere navale andò in parte distrutto e anche il Duomo fu danneggiato. L’anno successivo, in pieno conflitto, si verificarono anche una serie di terremoti che si protrassero per circa due mesi. Dopo la guerra Ancona fu ancora una volta teatro di una sommossa, passata alla storia come la rivolta dei bersaglieri. Il 26 giugno di quell’anno un reparto di bersaglieri della caserma Villarey, spalleggiato da una parte della popolazione, si rifiutò di partire alla volta dell’Albania, paese di cui era stata decisa l’occupazione da parte dell’Italia. Ancora una volta la rivolta fu repressa militarmente, anche se conseguì l’effetto di far revocare l’occupazione dell’Albania.

Il periodo fascista vide la realizzazione di grandi opere, come il Viale della Vittoria, che consentì di collegare il porto alle rupi del Passetto. All’inizio del viale vennero costruiti i due palazzi del Municipio (o del Littorio) e delle Poste, mentre alla fine fu innalzato il Monumento ai Caduti, opera di Guido Cirilli del 1931. Il raccordo del grande monumento con il mare sottostante fu reso possibile da una bella scalinata che però sarebbe stata completata solo nei primi anni Cinquanta. Notevole fu anche l’espansione urbanistica della città incentrata sul nuovo viale e sul quartiere Adriatico. Da segnalare anche l’istituzione, nel 1933, della Fiera Adriatica della Pesca, oggi nota come Fiera Internazionale della Pesca. Vi fu inoltre un notevole incremento della popolazione, che alla vigilia della guerra superò i 60.000 abitanti.

Nel 1943, in piena Seconda guerra mondiale, ad Ancona fu girata una parte del film Ossessione, capolavoro di Luchino Visconti. Il film mostrava luoghi e ambienti che sarebbero ben presto scomparsi. Infatti la città, occupata dai tedeschi, a causa della sua importanza strategica, dall’ottobre 1943 al luglio 1944 subì circa 180 bombardamenti da parte degli Alleati con numerosissime vittime civili. In particolare il bombardamento del 1° novembre 1943 costò la vita a circa 1500 persone, con enormi danni materiali e la distruzione di interi quartieri. Anche il Duomo fu gravemente danneggiato. La popolazione superstite abbandonò la città per farvi ritorno solo dopo l’arrivo delle truppe alleate del generale Anders nel luglio 1944, che segnò la fine dell’occupazione tedesca. Complessivamente le vittime degli eventi bellici erano state 2782, mentre il 67% del totale degli edifici era andato distrutto. Una percentuale altissima che di fatto fece cambiare volto alla città, con l’allontanamento dei ceti popolari dalla zona del porto verso nuovi quartieri di periferia. Il Teatro delle Muse, fortemente danneggiato, sarebbe rimasto chiuso per oltre mezzo secolo. A lungo la città soffrì di una drammatica carenza di alloggi e per il ritorno alla normalità occorsero molti anni.

Dal 1945 a oggi

Dopo la faticosa ripresa del periodo post-bellico Ancona pensò a dotarsi di un ateneo. Nel 1959 fu inaugurata la nuova Facoltà di Economia, che però dipendeva ancora dall’Università di Urbino. Tra i fondatori figura il noto studioso Giorgio Fuà, il quale pochi anni dopo avrebbe dato vita a un’altra prestigiosa istituzione anconetana, l’ISTAO, destinata alla formazione dei quadri dirigenti delle imprese. Nel 1969 venne fondata la vera e propria Università di Ancona che comprendeva anche le nuove Facoltà di Medicina e Ingegneria. Nei decenni successivi si sarebbero aggiunte le Facoltà di Agraria (1988) e Scienze (1991). Progressivamente Ancona diventò una città universitaria, che oggi conta sulla presenza di ben 16.500 studenti. Nel 2003 l’ateneo assunse il nome di Università Politecnica delle Marche. Tuttavia, se ripresero le attività economiche, ancora una volta incentrate sul porto e sul commercio, nuove sciagure avrebbero colpito Ancona rallentando il suo sviluppo. La prima fu un’alluvione che colpì nel 1959 i quartieri bassi della città provocando anche una decine di vittime; la seconda fu il “lungo” terremoto del 1971, che scosse ripetutamente la città per molti mesi danneggiando in particolare il centro storico, ma anche gli altri quartieri. Anche se non si contarono vittime, i danni furono enormi e il risanamento degli edifici sarebbe durato parecchi anni. La terza sciagura fu una grande frana che nel 1982 colpì, rendendoli inagibili, i quartieri di Posatora e Palombella. Ogni volta tuttavia Ancona seppe risollevarsi, come era sempre avvenuto nel corso della sua storia, qualificandosi sempre più, con i suoi 100.000 abitanti (raggiunti già nel 1961) come capoluogo regionale. Due recuperi di importanti edifici importanti sono stati compiuti negli ultimi decenni: la Mole Vanvitelliana (1997) come sede di prestigiose mostre, e il Teatro delle Muse (2002). Oggi il porto, che continua ad essere tra i primi d’Italia per la pesca, è pure ai primi posti per il traffico delle merci e per il numero dei passeggeri annui (1.500.000) diretti in Grecia e sull’altra sponda dell’Adriatico. Dal 2008 Ancona è sede del Forum dell’Adriatico e dello Ionio.

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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